Insoddisfazione lavorativa: come vincerla (anche se adesso non puoi cambiare lavoro)

insoddisfazione lavorativa

Insoddisfazione lavorativa: “7 italiani su 10 sono insoddisfatti del proprio lavoro”. E’ quanto emerge da una ricerca condotta da Espresso Communication per Sodexo.

 “Sì, non guadagno molto, però almeno faccio qualcosa che mi piace abbastanza, solo che da qualche mese ci hanno messo in cassa integrazione alternata…”

No, odio il mio lavoro, il lavoro che faccio non mi piace proprio, l’ambiente fa schifo, però cosa vuoi, guadagno abbastanza bene… di questi tempi è già un lusso! Certo, vorrei cambiare lavoro ma tutti mi darebbero del pazzo se lo facessi, con i tempi che corrono

Guarda, del lavoro tutto sommato non mi posso troppo lamentare, l’unica cosa è che vivo uno stress sul lavoro allucinante, i miei figli non li vedo se non per mezz’ora prima di metterli a letto e nel fine settimana sono sempre così distrutto che alla fine passo la giornata in divano

Io vorrei fare tutt’altro nella mia vita, mi sono accorto troppo tardi di aver scelto il percorso di studi sbagliato, non era quello che volevo davvero, però ormai, come faccio? Non ho il titolo/risorse/possibilità per fare quello che vorrei davvero… è troppo tardi!”

“Io proprio non ho idea di che lavoro vorrei fare di diverso, so solo che quello che faccio/come lo faccio, mi fa schifo…”

Se una volta chi voleva un lavoro diverso, più remunerativo, più soddisfacente era considerato un’incontentabile, una mosca bianca, oggi l’esercito dei lavoratori insoddisfatti (o appiedati dalla crisi e incapaci di riconquistare un nuovo e soddisfacente posto nel mondo del lavoro) cresce ed è destinato ad aumentare: da gene disfunzionale, quello dell’insoddisfazione lavorativa, con l’avvento della crisi si è di fatto trasformato in virus inarrestabile.

Gli effetti dell’insoddisfazione lavorativa

Parlo di virus perché l’insoddisfazione lavorativa è una delle variabili più incidenti sul benessere complessivo della persona.

La perdita del lavoro – hanno dimostrato più volte ormai gli studiosi – ha un’incidenza maggiore persino di altri eventi traumatici come una separazione o un divorzio.[1]

Del resto non è nemmeno necessario arrivare a perdere il posto per manifestare i sintomi del virus dell’insoddisfazione da lavoro: complice il continuo ronzio di fondo da cui siamo sommersi ogni giorno dai media, molto spesso anche chi un posto di lavoro ancora ce l’ha, oggi vive seduto sulle spine.

Se una volta lavoravi con la speranza di fare carriera, oggi lo fai sperando almeno di non perdere il posto o, quantomeno, di non venire demansionato. Se una volta con una laurea in ingegneria eri tranquillo di entrare rapidamente come minimo in progettazione, oggi sei contento se non finisci ad avvitare bulloni in produzione.

Succede così che, anno dopo anno, a forza di sentir parlare di crisi e a forza di vivere con la sensazione sgradevole dovuta alla spada di Damocle della perdita del lavoro che pende minacciosa sulla nostra testa, ci stiamo sempre più rassegnando a chinare la testa, ad abbassare i nostri standard, ad accettare quello che prima non era accettabile. Ci accontentiamo di lavori insoddisfacenti, di guadagni insufficienti, di rapporti conflittuali, di stress e ansia pur di continuare a rimanere aggrappati all’idea di sicurezza del posto di lavoro con cui siamo cresciuti.

Secondo Edoardo Cesarini della divisione italiana di Towers Watson, committente di una delle recenti statistiche sul mondo del lavoro[2], le ragioni di questa dilagante insoddisfazione lavorativa sarebbero da ricondurre in parte alla crisi. “I tagli dei costi e dei posti di lavoro – dice Cesarini – hanno sicuramente scosso molte certezze e modificato le aspettative delle persone. Di fatto così, la gran parte dei lavoratori si è ritrovata a dovere dire addio a quelli che sono essenziali “spinte” nel lavoro, ovvero opportunità di sviluppo e carriera.”


[1] Si veda ad esempio in merito l’articolo sul Sole 24 Ore online dal titolo “Trauma perdita lavoro: così colpisce la salute e l’autostima”

[2] La Global Workforce Study 2010, ricerca della Towers Watson, società di consulenza nelle risorse umane che ha intervistato più di 20 mila dipendenti di aziende di 22 Paesi per cercare di capire il grado di coinvolgimento negli ambienti di lavoro.

Le ragioni dell’insoddisfazione lavorativa

Quali sono le ragioni dell’insoddisfazione lavorativa e della demotivazione dei lavoratori italiani?

In vetta alla classifica troviamo la bassa retribuzione . Seguita dagli orari di lavoro poco flessibili (48%),

cause insoddisfazione lavorativa
  1. la bassa retribuzione (56%) sarebbe tra le principali cause che cagionano la demotivazione sul posto di lavoro.
  2. orari di lavoro poco flessibili (48%) e quindi disequilibrio tra vita lavorativa e familiare. Questo è uno dei fattori che caratterizza soprattutto l’organico femminile. Molte donne lavoratrici sono mamme e mogli e necessitano di badare alla spesa di casa, di prendersi cura dei figli, di sistemare la casa etc. Per esigenze familiari, le donne necessitano di maggiore flessibilità organizzativa e di orari di lavoro “personalizzati” in base ai propri bisogni.
  3. incertezza contrattuale (41%)
  4. assenza di benefit e incentivi (37%)
  5. mancanza di possibilità di fare carriera
  6. lavoro noioso e ripetitivo, mansioni lavorative troppo impegnative o al contrario troppo banali
  7. un capo troppo capo e poco leader: mancanza di fiducia nel management può causare insoddisfazione lavorativa.

Insoddisfazione lavorativa: i veri fattori scatenanti

Sono tanti i motivi per cui si manifestano segnali di insoddisfazione lavorativa. Il principale problema dipende dal non sentirsi realizzati a livello personale e professionale, il che porta a un abbassamento della produttività e dei livelli di felicità.

  1. Hai sbagliato lavoro
  2. Ti sei disinnamorato del tuo lavoro
  3. Il tuo lavoro non ti permette di crescere
  4. Le condizioni del tuo lavoro sono cambiate e non sei più allineato con la visione aziendale
  5. Guadagni troppo poco
  6. Fai cose che non ti interessano

Giusto per non essere referenziale e dire “lo dico da anni”, riporto quello che afferma Patrick Leoncini, autore di The Three Signs of a Miserable Job. Leoncini dice chiaramente che la questione non è avere un buon lavoro o un brutto lavoro in termini di stipendio, di quantità di ore che dedichi o altri fattori apparentemente scatenanti. .

“In molti casi, la colonna portante di questa disillusione è identificabile con il fatto che il lavoro non contribuisce a soddisfare un bisogno universale: l’autorealizzazione. Si tratta di un sentimento di miseria che non conosce limiti. È per questo che, nonostante un guadagno notevole, un impiego può farci sentire “sepolti vivi”.

Patrick Leoncini

I tre segnali di insoddisfazione lavorativa secondo Patrick Leoncini

Per Patrick Leoncini sono tre i campanelli d’allarme di insoddisfazione lavorativa.

1) Anonimato: succede quando al lavoro ti senti ignorato, non riconosciuto e non apprezzato. Ti senti poco più che un numero, anonimo e senza senso..

2) Irrilevanza. Leoncini mette in risalto un altro segnale di insoddisfazione lavorativa che associa all’irrilevanza. Si verifica quando, come indica il nome stesso, una persona non conosce la vera rilevanza del proprio lavoro. Leoncini conferma “Tutti noi abbiamo bisogno di sapere che il nostro lavoro conta per qualcuno. Se un dipendente non è in grado di percepire l’importanza del proprio lavoro, che sia su larga scala o meno, probabilmente potrebbe insorgere una situazione di insoddisfazione lavorativa.”

(tant’è che una delle strategie efficaci per fare mobbing sta esattamente nel riempire la giornata lavorativa del malcapitato di compiti totalmente inutili).

3) Impossibilità di crescita. Abbiamo bisogno di sentire che quello che facciamo ci permette di crescere e migliorare, altrimenti la sensazione di stallo degenera in frustrante insoddisfazione lavorativa. La sensazione di essere parte di un movimento di crescita professionale è strettamente legato con il controllo sul proprio processo creativo

Cosa fare se vivi insoddisfazione per il lavoro 

Daniel M. Cable, neuroscienziato, ha scritto un interessantissimo libro sulle sue ricerche che finalmente spiegano molto chiaramente il perché ci annoiamo a lavoro. Il libro si chiama Alive at Work: The Neuroscience of Helping Your People Love What they Do (ne ho parlato anche nell’articolo Lavoro noioso: perché fa male e come liberartene)

La causa del problema è piuttosto drastica: l’uomo non è biologicamente fatto per l’organizzazione del lavoro moderno.

Il nostro stesso cervello la rifiuta. Se hai letto il mio libro Un Lavoro che Vale ricorderai il capitolo in cui parlo del fenomeno del Turco Meccanico. Si tratta esattamente di quello.

“L’organizzazione delle aziende ha annichilito nei lavoratori quella parte del cervello umano che è chiamato “sistema di ricompensa””, ovvero quella parte dei neuroni nel nostro cervello che sono attivati dai nuovi incentivi, dal piacere delle nuove scoperte e della ricompensa che ne segue. Ma il problema è che l’organizzazione del lavoro moderno non è disegnata allo stesso modo, non è fatta per ottenere il massimo da questo sistema di ricerca e ricompensa che è connaturata alle persone. A seguito della Rivoluzione industriale – quando è stato architettata l’organizzazione del lavoro moderno – l’organizzazione aziendale è stata fatta apposta per soffocare i nostri impulsi naturali ad imparare cose nuove e ad esplorare nuovi orizzonti”.

Quindi, che fare?

1) Il punto di partenza per risolvere l’insoddisfazione sul lavoro è fare grande chiarezza sulle cause: è proprio il tuo tipo di lavoro che non ti soddisfa più o è l’ambiente in cui lavori?

2) In secondo luogo cerca di capire: sei davvero a mani legate e impotente in questa situazione o sei ormai sprofondato così tanto nella situazione che non riesci a vedere possibilità alternative? Detta in altro modo: hai buttato la spugna perché non sei riuscito finora a cambiare la tua situazione o è veramente una situazione che non si può cambiare?

3) Passo numero tre, è indispensabile costruire un piano di evacuazione 🙂

Esatto proprio un piano d’uscita che, attenzione, non significa: mi butto e cambio lavoro costi quel che costi. Perché di solito si scopre che costava molto di più di quello che pensavi e finisci col dire che @#!@!# ho sbagliato a cambiare lavoro

Tutto qui?

Sì, tutto qui.

La teoria, come vedi è MOOOOLTO facile.

Il problema è passare alla pratica, all’AZIONE.

E siccome so molto bene che non è semplice e ci sono un sacco di problemi che si frappongono fra te e la liberazione dalla tua insoddisfazione lavorativa, ho creato, insieme a due colleghe straordinarie – Francesca Scelsi, Career Coach e Alessandra Dell’Aglio, Job Profile Developer – il primo gruppo di career coaching dedicato a chi è alla ricerca di risposte e chiarezza per il proprio futuro professionale.

Un percorso ALL in ONE che ti permette di avere allo stesso tempo: consulenza di carriera, strumenti all’avanguardia per la ricerca efficace di lavoro, esercizi quotidiani per trovare le risposte che cerchi riguardo al tuo futuro, dei coach esperti a cui chiedere consiglio e molto molto altro ancora.

Erica Zuanon

Erica Zuanon

Ex frustrato Ingegnere-ma-volevo-fare-altro, oggi realizzata Content Strategist, Career Coach & Innovation Trainer, guido Aziende e Lavoratori ad affrontare con successo e autorealizzazione le sfide del cambiamento lavorativo nel mondo 4.0 attraverso il metodo proprietario CREEA®. Autrice di Missione Lavoro e Un Lavoro che Vale, ho ideato il progetto Azione IKIGAI per sostenere chi è alla ricerca del proprio perché professionale ma non sa come fare. 

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